Giu201427

Costringiamo i nostri figli alla solitudine senza accorgercene. La tecnologia si sviluppa di anno in anno; l’essere umano non si evolve alla stessa velocità. I computer e gli smartphone moltiplicano le loro funzioni e i loro servizi, ma il nostro computer centrale, il cervello, è lo stesso dell’età della pietra. Così, senza che ce ne rendiamo conto, forziamo anno dopo anno il nostro organismo a


entrare in stretto contatto con un caleidoscopio multiforme di luci, colori, sensazioni, programmi che solo apparentemente migliorano la nostra vita. Si, questo ci viene promesso: migliorare la nostra esistenza. Ma è veramente così? Ora che viviamo iperconnessi la nostra sensazione di solitudine è veramente diminuita? «Siamo vulnerabili, siamo soli e, allo stesso tempo, abbiamo paura dell’intimità. E per questo stiamo sviluppando tecnologie digitali che sono “macchine dell’intimità” che ci offrono l’illusione di una compagnia senza tutti gli obblighi imposti dall’amicizia», afferma l’antropologa Sherry Turkle. Wired non significa “insieme”, anzi, tutto il contrario: credo che la battaglia per ristabilire un adeguato livello di privacy nella nostra vita sia la sfida più importante d’ora in avanti. Si tratta di una questione su cui non abbiamo adeguatamente riflettuto. I bambini e gli adolescenti sono ancora più vulnerabili; il cervello è in pieno modellamento dettato dall’ambiente, e l’ambiente è oggi in molte famiglie prevalentemente costituito di connessioni online, videogiochi e social network. Come crescerà una società nutrita a pane e byte? Il mio non è allarmismo, è forse più paura dell’ignoto. Sappiamo che la sensazione di solitudine è aumentata nei giovani, e sappiamo anche che comportamenti come l’abuso di sostanze soprattutto nel week-end è divenuto endemico. Tendiamo a ipercolpevolizzarli di tutti i mali dell’universo e contemporaneamente stiamo costruendo per loro un mondo dove c’è poco spazio per i rapporti umani.

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